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Programmare è come narrare?

Forse la percezione del digitale che ci circonda è sbagliata o comunque occorre prendere maggiormente coscienza del codice binario che ci avvolge sempre più.

Un seminario svolto recentemente alla Scuola di Nuove Tecnologie dell'Arte dell'Accademia di Belle Arti di Carrara da Stefano Penge e Maurizio Mazzoneschi ha posto degli interrogativi molto stimolanti sulla natura e funzione del codice sorgente prodotto dai programmatori.

La programmazione ovvero la scrittura di codice sorgente necessario a far funzionare macchine e computer sempre più presenti nella nostra vita quotidiana è sempre stata vista dai non-programmatori come un'attività molto tecnica, quasi burocratica e comunque priva di un'anima per così dire umanistica e narrativa.

Piet Ma come la vedono i programmatori? Difficile dirlo ma è stato interessante sentire il punto di vista originalissimo di due esponenti di questa strana genia di persone che in qualche maniera cercano di agevolare la nostra quotidianeità con artefatti digitali e che in qualche maniera, invevitabilmente, la condizionano...

Penge e Mazzoneschi, programmatori non di primo pelo e principalmente impegnati nello sviluppo di una piattaforma di e-learning open source battezzata Ada in onore della prima programamtrice della storia dell'umanità, hanno avviato una riflessione comune sul significato dello scrivere codice.

Il loro punto di vista è presto detto: programmare è un po' come scrivere racconti e quindi il codice sorgente (che poi opportunamente compilato dà vita al software in cui sempre più siamo immersi) va considerato non solo come un artefatto digitale utile ai più divesi scopi ma anche una maniera di narrazione.

In effetti i circa 50 più comuni linguaggi di programmazione fra gli ottomila esistenti quasi superano per varietà e fantasia i linguaggi naturali.

Si va dal Piet che utilizza i colori come elementi di programmazione a Brain Fuck che predilige utilizzare la punteggiatura (e basta) per la formazione del codice sorgente.

Molta fantasia quindi e tanta più di quella che l'immaginaro collettivo puà presumere rispetto all'attività di programmazione: al di là degli elementi possibili scelti per programmare, la scrittura del codice a volte
viene utilizzata per narrazioni vere e proprie come nel caso del Perl utilizzato per stilare poesie in giapponese antico.

Come trascurare poi gli aspetti inter-linguistici rispetto ai quali - ad esempio - alcuni programmatori isalndesi, cinesi ed arabi prediligono l'utilizzo di comandi in lingua orginale al posto dei consueti if then else?

Ma la riflessione di Penge e Mazzoneschi va molto al di là di questi ragionamenti arrivando ad ipotizzare che anche quando i linguaggi di programmazioni vengono scritti per finalità tecniche in realtà nascondono - quanto meno a livello /inconscio/ - degli intenti narrativi e comunque una struttura stilistica propria che risente della preparazione culturale del programmatore all'opera dando vita a lessici, sintassi, forme di impaginazione uniche ed irripetibili.

Una riflessione sulla Linguistica degli artefatti digitali può apparire un gioco, una forzatura oppure una sorta di scatto di orgoglio di una categoria (quella dei programmatori) sempre più indispensabile ma certamente considerata da molti meno nobile rispetto ad altre caste di intellettuali.

Sicuramente la riflessione posta trova però potenti analogie in un passato remoto in cui le procedure matematiche venivano esposte attraverso veri e propri racconti ma anche in tante applicazioni moderne della software art che consentono di rappresentare attraverso apposito filtri il codice sorgente e trasformarlo così in paesaggi tridimensionali o improbabili melodie musicali (tanto per fare alcuni esemmpi).

In ogni caso è un fortissimo richiamo rivolto soprattutto alle giovani generazioni - troppo spesso inconsapevoli di ciò che li circonda - a prendere coscienza del codice in cui sono immerse non più subendolo passivamente od innamorandosene per i suoi mirabilanti effetti comunicativi ma imparando a leggerlo con una chiave di interpetazione e di lettura che lo vuole assurgere al rango di racconto.

Se, infine, tuto ciò è vero allora diventano ancora più importanti e strategiche le battaglie culturali per far sì che questi racconti possano essere resi accessibili e conservati ai posteri (ah! la memoria
digitale...
) magari attraverso una rivoluzione del pensiero moderno rappresentata dalla necessità della condivisione del sapere e quindi della creazione e diffusione del modello Open Source.



Inserito il 24 di maggio 2010
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